Le parole che usiamo per proteggerci
“Va tutto bene.”
È una frase che molte persone pronunciano quasi automaticamente. A volte è vera. Altre volte no.
Può diventare una risposta abituale, un modo per evitare domande, per non preoccupare gli altri o per non entrare in contatto con qualcosa che appare troppo difficile da spiegare.
Con il tempo, però, ripetere che va tutto bene quando non è così può creare una distanza sempre più grande tra ciò che si mostra e ciò che si vive realmente.
La fatica di riconoscere il proprio disagio
Non sempre minimizziamo per scelta. A volte succede perché siamo abituati a considerare i nostri bisogni meno importanti di quelli degli altri. Oppure perché abbiamo imparato che lamentarsi è sbagliato, che bisogna essere forti, autonomi, capaci di cavarsela.
In questi casi il disagio non viene negato soltanto agli altri, ma anche a sé stessi. Si continua ad andare avanti, a funzionare, a fare ciò che è necessario. Eppure qualcosa dentro continua a chiedere attenzione.
Il problema non è stare male, ma sentirsi autorizzati a dirlo
Molte persone non faticano solo a riconoscere la propria sofferenza. Faticano soprattutto a considerarla legittima.
Pensano che ci sia sempre qualcuno che sta peggio, che i propri problemi non siano abbastanza importanti, che non ci sia un motivo valido per sentirsi stanchi, tristi o sopraffatti.
Così finiscono per invalidare continuamente ciò che provano.
La solitudine che nasce dalla minimizzazione
Quando non raccontiamo ciò che stiamo vivendo, gli altri possono vedere solo la parte che mostriamo. Se continuiamo a dire che va tutto bene, chi ci sta accanto difficilmente potrà comprendere quanto stiamo faticando.
Non perché manchi interesse, ma perché mancano informazioni.
La minimizzazione, spesso, nasce per proteggerci. Ma nel tempo può diventare una forma di isolamento.
La psicoterapia come spazio in cui non serve minimizzare
Uno degli aspetti più importanti della psicoterapia è la possibilità di portare ciò che normalmente viene ridotto, nascosto o giustificato.
In terapia non è necessario dimostrare che il proprio dolore sia abbastanza grande per meritare attenzione. Non serve confrontarlo con quello degli altri.
C’è spazio per ciò che si sente, semplicemente perché esiste.
Imparare a dire come stiamo davvero
Riconoscere la propria fatica non significa essere deboli. Significa essere onesti con sé stessi.
Molte persone scoprono che il cambiamento inizia proprio quando smettono di chiedersi se hanno il diritto di stare male e iniziano ad ascoltare ciò che stanno vivendo.
Non è un gesto di fragilità. È una forma di rispetto.
Dietro “va tutto bene” può esserci molto di più
A volte, dietro una risposta automatica, si nascondono emozioni che aspettano da tempo di essere riconosciute.
Dare loro spazio non significa lasciarsi travolgere. Significa permettere che esistano: spesso è proprio da lì che inizia una forma più autentica di cura.

